31 maggio 2007

Legami tra Italia e Sudan

Segnalo un articolo non recente, ma che spiega alcuni risvolti interessanti della situazione del Sudan.

Petrolio e politiche di guerra
La lunga storia di guerra sudanese sembra non doversi ancora concludere, nonostante l’incoraggiante pace siglata il 26 maggio 2003 tra governo e ribelli del Sudan people's liberation movement / Army (Splm/A) - protagonisti di ventun anni di conflitto nel sud - e il protrarsi del cessate il fuoco.

Dal febbraio 2003 nel Darfur altri due gruppi ribelli - l’Esercito/movimento di liberazione del Sudan (Sla/m) e il movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) - combattono contro Khartoum, accusato d’averli estromessi dalle trattative di pace e di sostenere le milizie arabe janjaweed, responsabili di violenze contro la popolazione nera in Darfur.
Punto focale delle trattative la spartizione dei proventi petroliferi dei giacimenti del Sud Sudan.

"Mentre nel Darfur infuriano le violenze, c’è chi con il regime al potere in Sudan fa buoni affari in campi come il petrolio, le armi, le tecnologie sensibili: dalla Cina alla Malaysia, dall’Iran alla Russia, dal Canada alla Gran Bretagna. E, non per ultima, all’Italia, che risulta il terzo cliente della produzione petrolifera sudanese". Così Francesco Terreri, collaboratore di Nigrizia, in un’analisi pubblicata da Microfinanza, in cui evidenzia i principali interessi economici internazionali che ruotano attorno al paese africano. Con lui abbiamo cercato di approfondire ulteriormente questi temi.

La storia del Sudan come produttore di petrolio è una storia piuttosto recente e, fino a pochi anni fa, legata all’Italia…

L'Italia, con l’Eni, fu tra i primi paesi ad effettuare ricerche nel paese, negli anni ’50. Si trovarono i primi giacimenti, che però non riuscivano neanche a soddisfare il mercato interno. Il Sudan appare come paese esportatore solo dal 1999, anno del decollo della produzione grazie allo sfruttamento del più importante bacino estrattivo, quello di El Muglad, 800 km a sud-ovest di Khartoum.

Nasce la prima aggregazione di interessi in mano al consorzio cinese-malaysiano Greater Nile Petroleum Operating Company (Gnpoc), che detiene complessivamente il 70% del capitale. La compagnia statunitense Chevron, così come l’italiana Eni, abbandona, lasciando spazio ad una società privata canadese, la Talisman Energy - che subentra con il 25% -, mentre il restante 5% è della Sudapet, in mano al governo.

Secondo un rapporto diffuso dal ministero dell’Economia di Khartoum gli Emirati Arabi sono oggi tra i principali investitori in Sudan, in particolare nel settore petrolifero…

Gli Emirati Arabi sono tra i primi investitori perché, oltre che produrre petrolio in proprio, costituiscono una sorta di "centro di servizi" che si occupa del collocamento dei prodotti petroliferi sul mercato. Circa un terzo delle importazioni negli Emirati sono poi riesportate. È una funzione di broker che si pone anche in concorrenza alla consolidata posizione in questo senso occupata dalle grandi imprese statunitensi.

La Chevron ufficialmente ha abbandonato il Sudan. Che interessi hanno quindi gli Stati Uniti nel paese?

L’interesse statunitense, a mio avviso, non consiste, in Sudan come in Iraq, nell’appropriarsi fisicamente dei pozzi, ma nel preoccuparsi che "governi ostili" non inceppino i meccanismi generali del mercato del petrolio.

E l’Italia che ruolo svolge?

L’Italia è stata, come detto, tra i primi paesi ad effettuare prospezioni in Sudan. Dopo quelle negli anni ’30 della Shell e negli anni ’50 di Mobil e Total, fu l’italiana Agip ad avviare le ricerche nella seconda metà degli anni ’50. L’Agip Sudan proprio nel 1999, quando cominciavano a emergere i primi risultati, è stata venduta a compagnie private dell’Africa orientale. Oggi però l’Italia è il terzo acquirente di petrolio sudanese.

Continua a leggere.

Nessun commento: