27 aprile 2007

In onore di Mstislav Rostropovich

Mi sembra doveroso onorare uno dei più grandi musicisti del Novecento in maniera adeguata. E sono contento di non essermi fatto sfuggire, un paio di anni fa, l'occasione di ascoltarlo dal vivo, ne valse davvero la pena.
Buon ascolto.

24 aprile 2007

Nora la pianista

Che classe, che tocco morbido e...felpato!



E' troppo carina!!! :)

23 aprile 2007

L'ultima volta ero bambino

Scusate, ma quando ci vuole, ci vuole! :)

22 aprile 2007

Giornata della Terra

Oggi si celebra l’Earth Day, la Giornata della Terra. Giunta alla sua 38esima edizione (la prima fu nel 1970), essa si propone come forte mezzo propagandistico a sostegno delle varie tesi ambientaliste sullo stato del pianeta, e in fin dei conti come ulteriore occasione per fare disinformazione.
Colgo quindi l’occasione per proseguire la serie di post ispirati dal libro Le Bugie degli Ambientalisti, iniziata circa un anno fa, parlando in generale del tema del riscaldamento globale e del ruolo dell’anidride carbonica. (Le altre puntate della serie sono qui, qui, qui e qui).

Già qualche settimana fa ho riportato in due post una pagina del sito Ecofantascienza, presente tra i link a fianco, in cui si esaminava il legame tra CO2 e temperatura del pianeta, giungendo a conclusioni ben diverse da quelle comunemente riportate. Non so chi tenga quel sito, ma i dati esposti sono facilmente reperibili in rete (ammesso che non si vada su siti ambientalisti) e mi risultavano anche da altre fonti; e di conseguenza lo ritengo affidabile anche nelle conclusioni.
Al contrario di ciò che si sente spesso dire (penso per esempio a un servizio delle Iene di 2-3 settimane fa, intervistando Mario Tozzi), le tematiche ambientali sono, in ambiente scientifico, oggetto di un acceso dibattito, come ho cercato di dimostrare nel precedente post, a proposito degli uragani.
Da un’intervista qui riportata a Riccardo Cascioli, uno dei due autori del libro prima citato, risulta che anche all’interno dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), organismo dell’ONU preposto a studiare i cambiamenti climatici, vi siano molte voci critiche sull’ultimo rapporto stilato: molti scienziati ne sono usciti per vari disaccordi, e lo stesso Autore Principale, il dottor Trenberth, ha in parte ritrattato le conclusioni riportate nel sunto preliminare, presentato recentemente alla conferenza di Parigi.
Tempo fa il buon Wellington parlò di quei 60 scienziati canadesi che si opponevano alle tesi sul riscaldamento globale, e l’Oregon Institute of Science and Medicine ha promosso a riguardo un manifesto sottoscritto da circa 19000 scienziati americani (17000 secondo la pagina che ho linkato da Ecofantascienza, ma la sostanza non cambia). Vorrei quindi che fosse chiaro che il dibattito è tutt’altro che chiuso.

Detto questo, ci si può chiedere: quali effetti ha un aumento della CO2 nell’atmosfera, se come detto non è la principale causa dell’effetto serra?
Può innanzitutto essere utile sapere che la comparsa dei vegetali sul pianeta e il loro sviluppo sono coincisi con un periodo in cui la concentrazione di CO2 era pari a 6000 ppm (parti per milione), ovvero circa venti volte i valori attuali. Al contrario, ci sono piante che, con concentrazioni inferiori a 100 ppm, muoiono: è come se a un uomo si togliesse l’ossigeno.
Esistono inoltre vari studi sull’effetto di una maggiore concentrazione di CO2 sui vegetali; per esempio il professor Sherwood Idso, del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, ha osservato che con un incremento da 350 a 650 ppm di CO2 il tasso medio di crescita di 475 varietà di piante è aumentato di oltre il 50%, mentre aumentando la concentrazione a 2250 ppm la produttività è aumentata del 165% (pubblicato da The European Science and Environment Forum, 1996). Inoltre, si è osservato che in questa maniera aumentava anche l’efficienza delle piante nell’utilizzo dell’acqua, elemento che favorirebbe la coltivazione anche in zone affette da scarsità di piogge.
Del resto, la maggiore presenza di anidride carbonica nell’atmosfera può essere una delle cause dell’aumento delle foreste degli ultimi 50 anni. Sì, avete capito bene! Ma di questo parlerò in un altro post, in futuro.

Aggiungo un’ultima cosa sul tanto santificato Protocollo di Kyoto. Ricordando il calcolo di quanto la CO2 influenzi la temperatura globale, e tenendo conto delle riduzioni di emissioni che il Protocollo si prefigge, una sua perfetta attuazione permetterebbe una riduzione della temperatura di pochi centesimi di grado!!!
Il costo? Secondo stime dell’IPCC, che di certo non ha alcun interesse a denigrare il Protocollo, potrebbe essere di 18 quadrilioni (18.000.000.000.000.000 in cifre, 1.8*10^16 in notazione scientifica) di dollari (Alyster Doyle, Reuters, 27 ottobre 2003). Tradotto in percentuali, significa una quantità tra l’1% e il 4.5% del PIL mondiale fino al 2050. Simili cifre significano che, per raggiungere un risultato così esiguo, si spenderanno quantità inimmaginabili di risorse economiche, a tutto scapito dello sviluppo e quindi del progresso necessario a migliorare realmente la qualità della vita (si pensi a macchine più efficienti, auto meno inquinanti ecc.), per non parlare della mancata occupazione.
Per esempio, per quanto riguarda l’Italia, la direttrice dell’International Council for Capital Formation, Margo Thorning ha calcolato che “l’applicazione del Protocollo di Kyoto potrebbe costare all’Italia una riduzione del PIL fino al 3% nel 2025, con una perdita di 280.000 posti di lavoro” (Avvenire, 2 dicembre 2003).

19 aprile 2007

Ipotesi sugli uragani nell'Atlantico

Da quando Katrina ha distrutto mezza New Orleans, si è fatto un gran parlare dell'aumento degli uragani negli ultimi anni, anche se in realtà questo fenomeno sembra circoscritto al solo oceano Atlantico. A tal proposito, mi sembra utile sottolineare due pubblicazioni dell'Università del Wisconsin sull'argomento, giusto per cercare di dare un'idea del livello attuale del dibattito in corso nella comunità scientifica, il quale è ben lontano dalle granitiche certezze che gli ambientalisti e la maggior parte dei mezzi di informazione (e recentemente anche Hollywood) sembrano volerci imporre.
La prima supporta l'ipotesi del collegamento tra riscaldamento globale e aumento dell'intensità degli uragani. Tuttavia, come si ammette nello studio, questa relazione pare verificarsi solo nell'Atlantico, e non negli altri oceani. Dunque si renderà necessario spiegare con nuovi studi il motivo per cui si abbia questa diversa reazione in diversi oceani. Mi sembra ovvio che se la relazione fosse diretta non si dovrebbe osservare una disparità di questo tipo: se il riscaldamento è globale, che senso ha che abbia influenze solo localmente?
Per rispondere o per lo meno dare un'idea di altri possibili fattori coinvolti, può venire in aiuto la seconda pubblicazione di cui parlo, in cui si evidenzia una correlazione tra uragani atlantici e la presenza in atmosfera di polveri provenienti dal Sahara (ritratte nella foto da satellite qui riportata): una maggiore presenza di queste ultime inibirebbe la formazione di cicloni, e vice versa. La cosa, per gli scienziati, ha senso perché la presenza di polveri secche in strati d'atmosfera affievolirebbe il processo di formazione degli uragani, che necessita di calore e umidità.

Naturalmente il dibattito è aperto, e c'è ancora molto da fare prima di capire bene quali siano tutti i fattori in gioco. Chiudo quindi con una raccomandazione: diffidate di chi cerca di vendere certezze, specialmente in un campo difficile e in fase di sviluppo come lo studio dei fenomeni climatici. Chi lo fa è poco competente e onesto, se non in malafede.

18 aprile 2007

Storie di famiglia

Vi rendo nota una notizia che, per un appassionato di Tolkien come me, non può passare inosservata. Esce infatti in questi giorni in Gran Bretagna (e il 17 settembre in Italia) l'ultimo romanzo di Tolkien, intitolato "The Children of Hùrin". A pubblicarlo è Christopher, figlio del più noto padre, che si è basato sulle bozze lasciate da John Ronald Reuel per completare la storia. In realtà già esistono, nel "Silmarillion" in forma più breve e intitolato Tùrin Turambar, e nei "Racconti Incompiuti" in forma più estesa, altre versioni del racconto, che Tolkien stesso dice essere parte di un Lai più lungo, noto come "Narn I Hin Hùrin", cioè appunto "Racconto dei figli di Hùrin". C'è da dire che Tùrin Turambar è una delle storie più belle e drammatiche del Silmarillion, quindi il libro dovrebbe essere molto bello. Vedremo.

Per di più Hùrin è anche mio procugino... ;)

15 aprile 2007

Ararat - Storia di un olocausto

E' stato particolarmente difficile per me trovare il modo di mettere su foglio bianco (seppur elettronico) gli spunti necessari per la realizzazione di questo post e la causa è il fortissimo impatto emotivo che la pellicola, oggetto di riflessione, suscita inevitabilmente nello spettatore.
L'input per la scrittura è giunto con l'uscita dell'ultimo lavoro dei fratelli Taviani "La masseria delle allodole" che ha come sfondo storico il genocidio del popolo armeno da parte degli Ottomani avvenuto nel 1915. Inevitabile per gli appasionati cinefili è il richiamo a un capolavoro della cinematografia canadese del 2002, Ararat, che ha come tema assoluto la medesima crudele vicenda umana e storica a seguito della quale hanno trovato la morte, si suppone, almeno un milione e mezzo di Armeni.
Passando attraverso le storie personali di una catena di personaggi le cui vite intrecciate rivelano parentele più o meno lontane con l'olocausto, il regista di origini armene Atom Egoyan (anche ideatore e sceneggiatore della pellicola) confeziona quest'opera di testimonianza accorata e di inequivocabile denuncia del tentativo di insabbiamento, ancora in corso da parte del popolo turco, riguardo gli atroci fatti accaduti in quella che fu l'antica Anatolia (Turchia orientale), lì dove già nel 451 (ci viene ricordato nel film) il glorioso popolo armeno aveva cacciato i Persiani, affondando saldamente le loro ancore nella storia.
"Ararat" è basato interamente e fedelmente sul libro-diario di Clarence Ussher "An American Physician in Turkey" ("Un medico americano in Turchia") pubblicato a Boston e New York nel 1917 e "tutti gli eventi in esso rappresentati"- precisa il regista - "sono stati verificati attraverso studiosi dell'olocausto, archivi nazionali, racconti di testimoni oculari tra i quali lo stesso Ussher".

La tecnica che Egoyan utilizza è quella del "film nel film", espediente con il quale trasforma la narrazione, che via via si fa sempre più cruda e violenta senza tuttavia svestirsi di un'aura fortemente poetica, in un set cinematografico attorno al quale orbitano i personaggi di questa storia che osservano con crescente tensione e coinvolgimento (climax: l'attore che interpreta Ussher, nelle scene finali del film, mescola spontaneamente mondo reale e realtà cinematografica come se fosse il vero medico) lo svolgersi delle riprese come se stessero realmente assistendo per la prima volta o rivivendo nei loro ricordi la genesi del massacro del loro popolo e la conseguente diaspora che, in qualche modo, ha portato tutti loro, come fosse volontà divina, a trovarsi lì in quel preciso istante.
E' sempre grazie a questa tecnica che il regista rende genialmente anche se stesso protagonista dell'opera e si ritaglia uno spazio importante per poter esprimersi senza dover delegare necessariamente alle battute dei protagonisti la forte carica emotiva delle sue idee.

La triade dei personaggi presentati nell'incipit costituisce la base di lancio indispensabile affinché, dal personale, sia possibile pian piano risalire a ritroso il ramo della storia nazionale e, attraverso la corteccia indurita della libertà violata di una genia, giungere alle radici comuni che rendono i superstiti e le loro successive generazioni indissolubilmente uniti.

Ani è una studiosa di Storia dell'Arte, suo figlio Raffi è un ragazzo che trova lavoro come autista sul set del film di cui la madre è consulente storica (o, come lei stessa si definisce nel film, "fornitrice di un alibi culturale per le vostre licenze poetiche") e Celia è la sua sorellastra, figlia del secondo marito di Ani, e sua compagna, tormentata dall'ossesione che la matrigna sia la causa della morte di suo padre.
Anche Raffi ha perduto il padre, ucciso mentre tentava di assassinare un diplomatico turco. Il tormento che accomuna i due ragazzi nel voler attribuire un significato alla morte dei genitori e la loro conseguente fragilità è ciò che li legherà nel corso della storia.

Il film per cui lavorano Raffi e Ani dovrà raccontare il genocidio attraverso gli occhi dell'allora ragazzo Arshile Gorky (pittore contemporaneo nato a Khorkom, presso Van, nel 1904 e morto suicida a Sherman, Connecticut, nel 1948) e del medico americano Clarence Ussher che si trova in missione nel villaggio armeno di Van proprio nel periodo in cui i Turchi ne hanno circondato i confini. Consapevole di ciò che sarebbe accaduto, Ussher affida una lettera-appello al mondo cristiano nelle mani di due bambini, di cui uno è proprio Gorky.
Caduti nelle mani dei turchi, i ragazzi subiscono la violenza degli oppressori e Gorky, in particolare, assiste impotente alle vessazioni che rimarranno per sempre scolpite nella sua mente e che sublimeranno nel celebre ritratto del 1912 "The Artist and His Mother" (conservato al Whitney Museum, NY), il quale ricopre a tutti gli effetti un ruolo da co-protagonista nella pellicola.

E' infatti estramamente curioso il modo in cui nel film si mescolino episodi di vita dei potagonisti, scene del genocidio (che nel film stesso rappresentano la finzione cinematografica) e visioni dell'artista Gorky, ormai maturo, nel suo studio mentre dipinge il ritratto a partire da una foto scattata prima del massacro, che avrebbe dovuto essere spedita al padre lontano al fine di rassicuralo circa la loro incolumità in quei tempi di terrore.
Il dipinto, come ci spiega la stessa Ani, non è una banale trasposizione della foto, bensì un modo che l'artista ha escogitato per "....risparmiare alla madre l'oltraggio dell'oblio. L'ha sottratta a un cumulo di cadaveri senza volto nè nome, per collocarla sul piedistallo dell'immortalità".
Ani commenta ancora il mazzolino di fiori che nell'opera l'artista stringe nella mano destra davanti a sè e che "simbolicamente" rappresenterebbe un dono al padre. Subito la scena della conferenza di Ani è staccata da quella in cui Gorky è nuovamente nel suo studio. Il suo sguardo si posa su un bottone, appeso alla foto, che l'artista ricorda di aver perduto poco prima che lui e la madre si mettessero in posa e motivo per il quale ella gli aveva suggerito al figlio di portare la sua mano davanti al busto affinché potesse coprire quel difetto. Il significato simbolico cede dunque il posto a un ricordo tenero e fanciullesco.

Memorabile e assolutamente struggente è il dialogo tra Raffi e il regista del film Saroyan (alter ego di Egoyan). Il regista ha appena avuto un incontro con Ali, l'attore di origini turche che nel suo lavoro interpreta l'effendi (essenzialmente un funzionario governativo turco). Quest'ultimo ha cercato in qualche modo di proporre al regista la sua visione degli eventi fornendo un'ottica alternativa a quella del genocidio, suggerendo che in fondo il popolo turco aveva motivo di sentirsi minacciato da quello armeno per via della pressione della Russia sui loro confini orientali e accennando a una preesistente conflittualità tra i due popoli.

Saroyan, la cui madre era una superstite dell'olcausto, non accenna la minima reazione alle parole di Ali e questo per Raffi, che da lontano ha assistito alla scena (questa volta è la scena del "nostro" film), è motivo di indignazione tanto da spingerlo a chiedere al regista spiegazioni in merito.
Saroyan seraficamente gli (ci) spiega: "Qual è la causa ancora oggi di tutto questo dolore? Non è la perdità delle persone care, nè della propria Terra, ma è la consapevolezza di poter essere odiati così tanto. Che razza di umanità è che ci odia fino a questo punto? E con quale coraggio insiste nel negare il suo odio finendo così per farci ancora più male?"

Raffi, nel suo percorso, cercando disperatamente qualcosa che gli dia la possibilità di non dimenticare, si riconcilia con la memoria del padre, il quale aveva sacrificato il suo ruolo genitoriale e di marito per assumere quello di martire per un ideale che solo ora il protagonista può comprendere.

La figura di Saroyan si presenta nel film allo stesso modo con il quale si congeda, assieme a un melograno. Questo frutto ha per il regista un profondo significato. Quando i soldati prelevarono sua madre, ella ne colse uno dal giardino e ogni giorno, durante la deportazione, ne magiava un seme fingendo che fosse un lauto banchetto. Il melograno è dunque per lui simbolo di fortuna ma anche della forza dell'immaginazione che ha reso possibile il suo lavoro.
Compiendo un passo indietro, il film si chiude con la dolcissima immagine della madre di Gorky che, canticchiando una folkloristica litania, cuce spensierata il bottone del suo paltò. E in quella serenità domestica noi spettatori viviamo pesantemente il contrasto emotivo dell'inelutabilità di ciò che sta per accadere e possiamo tentare di dare un significato a quelle mani della madre "incompiute" nel ritratto di Gorky (al quale l'artista lavorò ben dieci anni).
L'incompiutezza è voluta, anzi, probabilmente ricercata cancellando le mani precedentemente già dipinte, quasi a sottolineare l'oltraggio subito e la violazione dell'identità umana attraverso questa "mutilazione".
Buona visione.

13 aprile 2007

Incredible machine

Un video fantastico, indicatomi di recente da un amico.
Solo dei giapponesi potevano concepire una cosa così malata...

11 aprile 2007

Google Earth per "spiare" il Darfur

Ecco un interessante esempio di come la tecnologia possa essere utile alla causa dei diritti umani. Da questa notizia sul sito della Reuters si apprende di un progetto dell' Holocaust Memorial Museum di Washington per la mappatura della regione del Darfur, da effettuare con il noto software di Google. Lo scopo è mettere in evidenza le atrocità compiute in quella regione, per fare in modo che risulti più difficile alla comunità internazionale ignorare coloro che hanno bisogno di un urgente aiuto.

04 aprile 2007

Castronerie

Passato il periodo in cui Gianni Minà e compagnia (Pago Pena, Cumpai Segundo, ecc. ;-) ) dovevano quasi essere in lutto per la possibile dipartita del leader cubano, si è assistito a un ritorno nelle cronache da parte di quest'ultimo, autore negli ultimi giorni di due articoli in cui critica duramente, tanto per cambiare, Bush.
Nel primo di essi egli accusa il presidente degli USA di "condannare a morte 3 miliardi e mezzo di persone" con l'intenzione di utilizzare l'etanolo prodotto a partire dai cereali per ridurre la dipendenza dal petrolio. Quindi, se da una parte dobbiamo sentire gli ambientalisti criticare Bush perché non ha voluto firmare il protocollo di Kyoto, dall'altra si deve sentire un Castro criticare una misura volta a ridurre la dipendenza degli USA dall'oro nero, con conseguente riduzione dell'inquinamento. Della serie: come la fai e la fai, se ti chiami Bush devi essere criticato a prescindere. In tutto ciò, il titolo dell'articolo del Corriere è: "Castro ambientalista", quando condanna un tentativo di ridurre l'uso del petrolio...mah!
Il secondo articolo si pone sulla scia del primo e rincara la dose, arrivando a teorizzare che questa misura, vale a dire la produzione di etanolo, possa significare "l'internazionalizzazione del genocidio"... arimah!

30 marzo 2007

AIDS e HIV

Verso la fine degli anni '80 ero ancora un bambino, e forse proprio per questo ricordo bene l'atmosfera che si respirava quando in tv o a scuola si parlava dell'AIDS. Ricordo le pubblicità, e perfino quella musica un po' angosciante, che a posteriori mi ricorda vagamente la musica della scena della doccia di Psycho. La mia scuola elementare aveva un giardino, e ricordo le raccomandazioni sul pericolo di trovare per terra le siringhe (che effettivamente a volte c'erano) nei dintorni. Ricordo tutti gli allarmismi fatti nei telegiornali riguardo la nuova peste, le interviste a questo o quel medico sui modi di trasmissione, e le stime catastrofiche su quanti italiani ne sarebbero stati affetti entro pochi anni, se non si fosse fatto qualcosa.

A distanza di anni, a volte mi sono chiesto cosa fosse rimasto di tutto il clamore fatto in quel periodo, visto che di AIDS sentivo parlare molto meno, o per esempio quanti fossero i contagi in Italia. Un po' di mesi fa mi sono imbattuto in un sito, che ho ritrovato solo alcuni giorni fa, nel quale trovai molte informazioni interessanti e che pubblicizza alcuni libri, italiani e non, sull'argomento. Essenzialmente, ho scoperto che esiste una corrente di pensiero in medicina molto critica verso le posizioni ufficiali, che poi sono quelle diffuse presso i profani come me, ovvero che il virus dell'HIV sia la causa dell'AIDS. In particolare consiglio di leggere la prefazione al libro di Peter Duesberg, Inventing the AIDS virus, scritta dal premio Nobel per la Chimica del 1993, Kary B. Mullis, poiché mi sembra molto istruttiva.

Io non sono un esperto del settore, e ne ho letto solo alcune parti, ma nelle varie pagine del sito è sempre riportata un'ampia bibliografia con riferimenti a pubblicazioni scientifiche, cosa che depone a favore della serietà di ciò che è riportato.

27 marzo 2007

Cosa cera per terra?

L'ironia che la sorte riesce a mettere in certi avvenimenti mi lascia sempre attonito, oltre che estremamente divertito!
Leggete un po' questa notizia. :)

Motociclisti a terra per la cera del corteo
Una decina di incidenti in corso Venezia, a Milano. Sono dovuti intervenire manualmente gli operatori ecologici

Una serie di incidenti. Uno dopo l'altro. Motociclisti che finiscono a terra per l'asfalto scivoloso. Motivo? La cera lasciata dalle fiaccole utilizzate dai manifestanti che lunedì sera sono scesi in piazza a Milano a favore della sicurezza.
PULIZIA - A rimanere coinvolti in una serie di incidenti sono stati una decina di motociclisti, caduti in corso Venezia nonostante l'intervento, fin dalla mattina, dei mezzi di pulizia dell'Amsa. La cera si è infatti attaccata al manto stradale ed è stato molto difficile staccarla. Sono dovuti intervenire manualmente gli operatori ecologici e il tratto fra piazzale Oberdan e via Senato è stato più volte chiuso e vietato ai motociclisti. Per fortuna, sembra che nessuno si sia fatto male in modo serio.

23 marzo 2007

Del Tempo e della Memoria

Se siete giunti sin qui siete dei viaggiatori.
Seppure inconsapevolmente, sin dalla nascita siete stati equipaggiati dalla natura ad affrontare un viaggio spaziale la cui durata è, ahimé, irrisoria rispetto ai giganteschi numeri cui l’Universo è abituato.
La vostra astronave è speciale, almeno per la durata della vostra vita e per parecchie delle generazioni a voi successive (certo, a meno che “il cielo non ci cada sulla testa”, come direbbe Abraracourcix, capo della mitica tribù di irriducibili Galli…) continuerà il suo moto, autoalimentandosi e provvedendo anche alle vostre esigenze.
Parliamo della Terra, naturalmente, la nostra prima finestra nello spazio. E’ da qui che prendono vita le prime domande dello scienziato curioso che prova a giocare con ciò che sta al di là di questo oblò, mettendoci fuori il naso.
E’ qui, davanti all’ignoto, che prende vita la sete di conoscenza del cosmo e la voglia di poterlo immaginare come lo vogliamo.
“La fantascienza”, dice il fisico britannico Stephen Hawking, ”non è solo un buon divertimento, ma assolve anche a uno scopo serio, quello di espandere l’immaginazione umana”. E, aggiungerei io, non vi è alcun bisogno di essere un grande fisico per poter contare su una fervida e brillante immaginazione.
Lo scienziato suggerisce che in effetti lo scambio tra scienza e fantascienza è bidirezionale e che “la fantascienza di oggi è spesso la scienza di domani” (cfr. “La Fisica di Star Trek”, di L. M. Krauss).
Eppure è proprio quest’ultima che, più della prima, ci stupisce con le scoperte e le teorie più bislacche, al limite (e spesso ben oltre) dell' umana percezione della realtà.
Hawking ci fa ancora notare come l’attribuzione del nome “Black Holes” (letteralmente “Buchi Neri”) da parte di J. A. Wheeler nel 1967 a stelle super-collassate (già previste teoricamente da Oppeneimer come conseguenza della Relatività Generale di zio Albert) abbia fatto sì che su di esse venisse scritto molto più di quanto sarebbe stato fornendo loro un nome più austero, avendo in effetti tale appellativo incrementato di molto la loro valenza figurativa.
Il buco nero è certamente un oggetto fisico, ma la liricità del nome evoca nel lettore un inevitabile luogo sentimentale.
E’ pur vero, ci spiega ancora Hawking, che, spesso, per poter continuare a usufruire dei fondi della “National Science Foundation”, i fisici sono costretti a “occultare” le ricerche di carattere più fantascientifico come i viaggi nel tempo attribuendo loro denominazioni più seriose come “curve chiuse time-like (tipo tempo)”.
E’ stato il matematico viennese Kurt Gödel a sviluppare la teoria matematica (possibile solo e soltanto grazie alla succitata Teoria della Relatività di zio Alby, suo collega a Princeton) che renderebbe possibile (alla lettera uno scienziato cauto direbbe che “non esclude in linea teorica”) il viaggio nel tempo tramite “l’instaurarsi di un circolo chiuso di causalità”.
Il concetto è che se si percorre una curva chiusa a partire da un qualsiasi suo punto prima o poi necessariamente si tornerà al punto di partenza. Se la curva è di tipo tempo, analogamente a ciò che avviene nello spazio, ci si potrà muovere lungo tale curva e ritornare, a un certo punto, all’istante iniziale. Dunque ci si può muovere avanti e indietro….nel tempo!
Permettetemi di aggiungere che è una fortuna che esista lo spazio, con il quale abbiamo una maggiore dimestichezza nel comprendere questi spostamenti materiali, e grazie al quale comprendiamo meglio la materia più eterea di cui ci sembra sia costituito il tempo.

E’ interessante notare come un concetto fisico così essenziale risvegli momenti di vera poesia e di grande impatto sentimentale se solo si prova a pensare a esso in modo più personale.
Nel film diventato già un cult generazionale (e, che sia cult o no, personalmente amo moltissimo….a proposito, grazie Beren per avermelo regalato!!!:-***) “Donnie Darko” di R. Kelly, la teoria del viaggio del tempo, elaborata negli appunti che costituiscono i capitoli dell’affascinante trattato di una vecchia scienziata pazza (e che nello strambissimo menù del dvd è perfino possibile consultare), perde le atmosfere vulcaniane dell’Enterprise per assumere invece una dimensione emotiva, percepibile nell’idea dei tunnel temporali (visivamente una sorta di “lombrichi di luce”) che partono e attraversano i corpi degli amici di Donnie nello strano universo instabile casualmente formatosi dall'altrettanto incredibile incidente con cui la storia si apre. La potenza dell’elemento narrativo sta nella scelta che il protagonista compie tra i due universi possibili che costituiscono la sua realtà. Salverà se stesso o c’è qualcosa che lo porterà a optare per una coincidenza temporale differente?
La mistura assolutamente non banale di scienza e coscienza trova in questa pellicola un’ispirazione geniale. Il tempo come luogo fisico e il tempo come luogo dell’anima.
Ed è ancora il tempo, o meglio la percezione personale che del suo fluire si può avere, co-protagonista indiscusso di un altro movie assolutamente originale “Memento”, di C. Nolan, montato come se fosse un puzzle di cui dover ricomporre i pezzi, un po’ per avvicinarci alla visione del mondo del protagonista. Quest’ultimo, Leonard, a seguito di una misteriosa aggressione, è affetto da un particolare “disturbo” (cito testualmente.."la mia non è amnesia…") che porta la sua mente a “resettare” i ricordi dopo un brevissimo lasso temporale. Egli assume come missione e unica ragione di vita la vendetta dell’assassinio di sua moglie (che lui ricorda morta nel medesimo incidente) e in un meraviglioso monologo (che non riporto interamente perché nulla potrebbe sostituire le atmosfere buie e la musica discreta che timidamente, quasi nel rispetto del dolore di Leonard, fa capolino a sottolineare le semplici e struggenti parole, ciò significa che se non l’avete ancora visto….che fate?Siete ancora lì?:) ) si chiede “Come posso guarire, se non riesco a sentire il tempo?”.
Il tempo è dunque lontano dal ticchettio d’un orologio, assume un connotato assolutamente personale ed è la sensazione che la vita scorra e lasci l’impronta consolatoria e lenitiva nell’altra protagonista di questa intensa pellicola: la memoria.
La memoria è il mezzo che ci permette di registrare emotivamente la fisicità del tempo che passa. Se percorrendo la nostra linea chiusa ci ritrovassimo all’istante iniziale, pur essendo questo istante sempre il medesimo, lo “sperimentatore” avrebbe coscienza di un tempo proprio comunque trascorso. Tale coscienza costituirebbe la memoria della sua impresa. E proprio quando chi scrive questo post è colto dal dubbio di aver mischiato pericolosamente due composti esplosivi, ecco che un consolante ricordo artistico giunge in suo soccorso.
Anche l’eccentrico Salvador Dalì nel suo dipinto “La persistenza della memoria” (più noto volgarmente come il dipinto degli “orologi molli”, 1931) testimonia nel consueto stile surrealista il grande impatto emotivo e il conseguente riverbero anche in campo artistico, che immagineremmo lontano da quello razionale e scientifico, delle novità metriche dello spazio-tempo apportate dalla Teoria della Relatività einsteiniana.
Dalì deforma gli orologi (lo strumento che misura il tempo per eccellenza) per invitare l’osservatore a considerare la dimensione temporale con occhio nuovo e, oltre a ciò, racchiude nello spazio onirico della tela delle vaghe forme, come se la nostra mente registrasse i nostri ricordi in modo non convenzionale, rivoluzionario, come il caro vecchio Albert ci ha insegnato a fare. La deformazione degli oggetti corrisponde a mettere in dubbio che ciò che si ritiene ordinariamente razionale lo sia davvero e il dubbio stesso è lo strumento che ci permette di conquistare un senso in più.
Il tempo, dunque, non è più inesorabile (come il minuto di Kipling nei versi della sua “If”, inteso poeticamente come tempo da dover riempire con “qualcosa che valga sessanta secondi”), ma si piega in questo nuovo spazio e distrugge l’umana illusione di doversi arrendere a esso.

20 marzo 2007

Europetizione per il Darfur

Dalla newsletter di ItaBlogs4Darfur:

Il francese Collectif Urgence Darfour lancia l' "EUROPETITION D'URGENCE" ai Capi di Stato e alle Istituzioni dell' Unione Europea per l'invio immediato di una forza di pace internazionale nel Darfur. L' europetizione verrà presentata al raggiungimento di un milione di firme. Per aderire cliccare qui.

Ai Capi di Governo degli Stati membri dell' Unione Europea,A José manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea,A Javier Solana, Alto rappresentante dell' Unione Europea per la politica estera e la sicurezza,


Noi, cittadini francesi ed europei, non possiamo più restare indifferenti e inerti dinanzi alla guerra contro i civili che si svolge attualmente nel Darfur, nell'ovest del Sudan. L'esercito sudanese e le milizie janjaweed hanno massacrato villaggi interi di concittadini delle etnie Fur, Massaliti e Zaghawi, principalmente a causa della loro origine "nero-africana", che costituiscono la maggior parte dei sei milioni di abitanti del Darfur.[...leggi tutto]
Signori e Signore, come ha chiesto il Parlamento Europeo nella sua risoluzione del 15 febbraio 2007 votato all'unanimità, dovete agire ora!


In linea con la Risoluzione 1706 del Consiglio di Sicurezza dell' ONU, gli Stati Europei devono inviare immediatamente una forza di interposizione con il mandato di:
- proteggere la popolazione dal massacro generalizzato;
- costituire dei corridoi umanitari sicuri che permettano alle organizzazioni umanitarie di raggiungere l'insieme della popolazione che necessita di aiuto;- deferire davanti alla Corte Penale Internazionale tutti gli individui accusati di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità.
Inoltre occorre:
- stabilire una zona di interdizione aerea su tutto il Darfur;
- applicare sanzioni mirate, conformemente alla ultima risoluzione del Parlamento Europeo;
- favorire le condizioni di un vero accordo di pace tra tutte le parti, che permetta agli sfollati e ai rifugiati di fare ritorno alle proprie terre in totale sicurezza.


E' dovere dell' Europa intervenire oggi ed esercitare la sua responsabilità di proteggere il popolo del Darfur!

14 marzo 2007

Darfur: Sudan ha orchestrato il genocidio

Dal sito del corriere:

Rapporto dell'Onu: «Il governo del Sudan ha orchestrato e partecipato ai crimini di massa»

PORT HARCOURT (NIGERIA) – Il rapporto del gruppo speciale delle Nazioni Unite per investigare le condizioni dei diritti umani in Darfur, reso pubblico ieri a Ginevra, è durissimo: “Il governo del Sudan – c’è scritto con una terminologia tutt’altro che diplomatica, inusuale per l’organizzazione internazionale – ha orchestrato e partecipato” ai crimini di massa che comprendono omicidi, stupri generalizzati e rapimenti.

Ma il documento è duro anche con la comunità internazionale, il cui comportamento davanti alla tragedia viene definito “patetico”, alla quale viene chiesto agire immediatamente per fermare la carneficina in atto. Si calcola che nella provincia occidentale del Sudan siano stati ammazzati finora almeno 200 mila civili, mentre 2 milioni hanno lasciato le loro case e sono scappati nel campi di rifugiati (in Ciad) o di sfollati. Quattro milioni di persone poi, secondo le agenzie dell’ONU soffrono a fame e vivono in condizioni disperate. Il team di cinque membri, guidato dal premio Nobel per la pace, riconosciutole per il suo impegno nella campagna della messa al bando delle mine, Jody Williams, è stato bloccato nelle sua investigazione dal governo del Sundan, che non ha mai dato loro i permessi per entrare in Darfur. Gran parte del lavoro è stato fatto in Ciad, per altro ormai anch’esso investito dalla guerra, dove invece il gruppo è entrato nei campi dei rifugiati e ha parlato con chi ci vive, raccogliendo testimonianze e racconti raccapriccianti che parlano “di gigantesche e sistematiche violazioni dei diritti umani e gravi strappi alla legge internazionale”.

“Il governo – c’è scritto nel rapporto ed è stato sottolineato da Jody Williams – è complice in questi crimini per aver armato e addestrato le milizie janjaweed”. I janhjaweed sono gli scherani del regime arabo del nord che dal 2003 hanno lanciato campagne di terrore contro la popolazione civile di origine africana: bruciano i loro villaggi, uccidono gli uomini, violentano le donne e le bambine e rapiscono i ragazzini che vengono arruolati a forza. Gli attacchi dei “diavoli a cavallo” (questo vuol dire janjaweed, perché all’inizio della loro campagna di terrore arrivavano al galoppo mentre ora si servono di più confortevoli e veloci 4 x 4, secondo le accuse, fornite dal governo) sono sostenuti dal cielo da massicci bombardamenti aerei. Le denunce non sono nuove e giungono dopo che altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno lanciato il loro grido d’allarme.

Il governo di Khartoum ha sempre sostenuto che le cifre dei morti e degli sfollati sono “decisamente esagerate” e la situazione, come descritta dai media occidentali, non risponde alla realtà. Sempre secondo i leader sudanesi, comunque, negli ultimi mesi è molto migliorata. Al contrario tutti i rapporti parlano di un peggioramento notevole e di una precisa volontà di pulizia etnica e sterminio. La terribile tragedia del Darfur mette a nudo l’incapacità della comunità internazionale di reagire e trovare un sistema per proteggere la popolazione civile. Già nel settembre 2004 l’allora segretario dell’ONU, Koffi Annan aveva denunciato crimini e massacri e, pochi giorni dopo, il Segretario di Stato americano in carica Powel Colin, aveva addirittura parlato di genocidio in corso. Ed esattamente due anni dopo sempre Koffi Annan aveva ancora esortato, senza successo, ad agire.

Da più parti da un paio d’anni viene invocato l’invio di un contingente di caschi blu, ma il Sudan, spalleggiato dal suo alleato in Consiglio di Sicurezza, la Cina, ha sempre negato il suo permesso, sostenendo che “la situazione è sotto controllo”. Eppure tutti i grandi leader mondiali e lo stesso Koffi Annan nell’aprile 2004 in occasione del decennale del genocidio in Ruanda (un milione di morti) avevano solennemente dichiarato: “Mai più un altro genocidio”. “Le parole senza azioni fanno solo ironia”, ha dichiarato ieri Jody Williams. A fine febbraio la Corte Penale Internazionale ha messo sotto accusa per crimini contro l’umanità il ministro sudanese per gli affari umanitari Ahmed Mohammed Haroun, e uno dei leader dei janjaweed, Janjaweed Ali Muhammad Ali Abd al-Rahman, più conosciuto come Ali Kushayb. Il procuratore del tribunale, Luois Moreno-Ocampo, ha sciorinato ben 51 capi d' accusa, compresi omicidi di massa, stupri e torture, ma il governo non ha fatto una piega, anche se per via ufficiosa qualcuno ha fatto sapere che i due non sarebbero mai stati consegnati alla Corte dell’Aja.

Esam Elhag, portavoce dell’SLA (Sudan Liberation Movement), al telefono con il Corriere non ha nascosto la sua soddisfazione per il documento: “Finalmente ci aspettiamo una reazione delle Nazioni Unite – ha detto -. Dovrebbero immediatamente dichiarare il Darfur ‘No fly zone’, cioè vietare il suo cielo a qualunque volo, così da impedire agli aerei governativi di bombardare i nostri villaggi. E poi forzare l’invio di un contingente dell’Onu”. Proprio ieri l’Unione Africana ha auspicato che nella provincia devastata dai massacri e dalle atrocità, vengano inviati almeno 22 mila caschi blu.

13 marzo 2007

Dannati musi gialli!

La scorsa settimana, io e Luthien ci siamo concessi alcuni giorni a Firenze, che lei non aveva mai visto. Anche in un periodo relativamente di bassa stagione, c'erano ugualmente molti turisti, tra i quali molti americani e, ovviamente, soprattutto giapponesi.
In particolare, questi grupponi di signori e signore dagli occhi a mandorla, misti a più giovani giapponesi spesso vestite con shorts e calze che si fermavano sotto il ginocchio (molto lolitesche), rendevano particolarmente difficile la circolazione in alcuni punti delle strade più frequentate, nelle vicinanze di importanti monumenti, e, soprattutto, nella galleria degli Uffizi!
Più di una volta abbiamo dovuto dribblarli per strada, e regolare la nostra permanenza in questa o in quella sala del più importante museo di Firenze in base al passaggio di questo o di quel gruppo, tanto che i suddetti nipponici si sono più volte meritati l'esclamazione che dà il titolo al post!!! :)

Come se non bastasse, ieri ho saputo che l'Annunciazione di Leonardo, da noi vista dal vivo l'altro ieri, andrà in prestito per alcuni mesi all'estero. Riuscite a indovinare dove?


ps: a giudicare dalle lettere rimaste su questo cartello trovato sulla fortezza di Belvedere, direi che alcuni fiorentini hanno abitudini alquanto strane! :)

Buoi e asini

Dal sito del Corriere, ho appreso la seguente notizia.

STRASBURGO (Francia) - La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha dichiarato «ricevibile» il ricorso presentato dai genitori e dalla sorella di Carlo Giuliani, morto a Genova nel 2001 durante gli scontri avvenuti in occasione del vertice del G8. Lo ha reso noto la stessa Corte precisando che la sentenza sarà pronunciata in altra data. La decisione dei giudici europei segue la prima udienza che si era tenuta il 5 dicembre scorso.
«FORZA ECCESSIVA» - La famiglia Giuliani nel suo ricorso a Strasburgo ha invocato, in particolare, l'articolo 2 della Convenzione dei diritti dell'uomo (diritto alla vita) sostenendo che la morte di Carlo «è dovuta ad un uso eccessivo della forza» e considerando che «l'organizzazione delle operazioni per ristabilire l'ordine pubblico non siano state adeguate». I ricorrenti lamentano inoltre «l'assenza di soccorsi» immediati che ha comportato la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione (divieto di trattamenti inumani). L'istanza davanti alla Corte di Strasburgo è stata presentata il 18 giugno 2002.

Non mi stupisce tanto che la Cedu abbia giudicato ricevibile il ricorso della famiglia Giuliani, e capisco che anche ad anni di distanza il dolore possa indurre ad azioni di questo tipo.
Ma mi chiedo, è possibile che a queste persone non venga in mente che, forse, avrebbero fatto meglio a insegnare al proprio figlio "pacifista" che minacciare e usare un estintore contro qualcuno, di chiunque si tratti, sia da considerare un "uso eccessivo della forza"?

08 marzo 2007

Antonia’s line: storia di un matriarcato

Approfitto di questo giorno per portare alla vostra attenzione un film tutto al femminile datato 1995, che, pur avendo conquistato lo strameritato zio Oscar come miglior film straniero, ho avuto modo di constatare quanto sia sconosciuto ai più. ”L’albero di Antonia” della regista-drammaturga Marleen Gorris è lo stupefacente frutto di un’insolita coproduzione olandese, belga e inglese che ripercorre la vita della energica Antonia e della sua progenie dal momento in cui, rimasta vedova a causa della guerra, torna a casa con sua figlia Danielle. Già dalle prime battute della pellicola si intuisce che l’elemento maschile è assolutamente marginale e volto esclusivamente all’elargizione dell’eredità filiale: l’unica prova della presenza passata del marito di Antonia è la loro figlia.
Antonia stessa torna a casa appena in tempo per assistere alla morte dell’anziana madre e per raccoglierne l’ideale filo che le servirà a tessere da allora in avanti il suo possente ma caloroso matriarcato.
Da qui in poi emerge una schiera di simpatici e meno amabili personaggi tipici di una piccola e gretta comunità rurale che gravitano attorno alla famiglia di Antonia: il fattore “scemo”, il viscido parroco, la donna pazza che ulula alla luna il suo amore perduto,e ultimo, ma non ultimo, il poetico Dito Storto, filosofo pessimista che elargisce pensieri struggenti citando Schopenhauer e Nietzsche e ricordandoci tanto il leopardiano pessimismo cosmico e che termina il suo ruolo nella narrazione da vero stoico…..
Il ruolo del maschio si fa esplicito quando Danielle, decisa ad aver un figlio, si reca con la madre da un bravo quanto insulso ragazzo in un “giorno propizio” del mese perché egli renda possibile la continuità dei suoi affetti, continuità che prevede la dolce e non del tutto inaspettata unione saffica tra Danielle e Therese.
Nel film l’uomo costituisce lo sfondo talora positivo (potrei dire di fedele compagno, come accade per la figura di Boer Bas, prima aspirante marito, poi allegro convivente di Antonia), talora negativo, talora assolutamente insignificante (la stoccata peggiore all’orgoglio del sesso forte).
La mistura di lirismo e violenza, pazzia e forza ricorda altri capolavori della scuola fiammingo-danese come “Il pranzo di Babette”, ove anche lì tre donne trovano in se stesse e nella loro forza il modo di riunire un’intera comunità.
Capolavoro anticonformista, ”L’albero di Antonia” ci lascia come ultimo dono le parole “…e nell’attimo in cui tutto finisce, niente finisce….”. Eccolo qui il tema del film, sempre presente eppure, abilmente nascosto qua e là: il tempo.
Antonia ha terminato il suo, ma, come un cerchio che cerchio non è perché mai si chiude, il fluire degli eventi e delle persone continua oltre il materiale e trae vita dalla nostra eredità d’affetti che, nella donna, trova la sua più importante espressione nella procreazione.
Non ci resta che sperare che sia femmina.

ps: per qualche motivo non riesco più a modificare in basso l'autore del post, che in realtà è Luthien.

07 marzo 2007

Niente uranio nel sud del Libano II

Già un po' di tempo fa avevo parlato di una notizia che smentiva l'uso di uranio il Libano da parte di Israele durante la guerra della scorsa estate. Ora, grazie a Sharon e a esperimento ho appreso che si è avuta una ulteriore conferma, da parte di esperti di altre agenzie che hanno fatto analisi sul suolo del sud del Libano.

A panel of experts from the United Nations, the International Atomic Energy Agency (IAEA) and other international agencies announced a unanimous determination Monday that no depleted-uranium weapons had been used in the summer 2006 war in Lebanon. "To date, there is no evidence of depleted-uranium-ammunitions.

01 marzo 2007

Diritto di maternità

E’ dello scorso Gennaio la notizia che ha destato grande scalpore riguardante la tardiva maternità della rumena Adriana Iliescu, una donna di 67 anni che, dopo adolescenza, età adulta, età matura e terza età, è riuscita a coronare il suo sogno di avere un bambino.
La donna ha partorito due gemelline, delle quali una purtroppo non ce l’ha fatta, essendo arrivata all’ottavo mese di gestazione appena a 700 grammi.
Questa signora, una docente universitaria (probabilmente non di Bioetica….) ormai in pensione, si è sottoposta a ben nove anni di cure ormonali e, attraverso un procedimento di fecondazione extrauterina, la FIV-ET, ha potuto rimanere incinta.
La FIV-ET è una fecondazione in vitro, dunque extracorporea, che prevede poi il successivo trasferimento dell’embrione (ovulo fecondato) nell’utero della paziente.
L’eccezionalità dell’evento rischia di offuscare una lecita domanda: per una donna essere madre è un diritto?
Se la natura ci rendesse fisicamente inabili alla procreazione questo ci renderebbe donne solo a metà?
Vi propongo l’intervista che ho trovato su un sito realizzata da ZENIT alla dottoressa Navarini, docente universitaria di Bioetica (lei sì che lo è..:)). Per quanti di voi non lo sapessero, ZENIT è un’agenzia internazionale di notizie che hanno un interesse cattolico, ma voglio precisare che ho scelto questa intervista perché mi sembra che proponga spunti di riflessione interessanti al di là dello sfondo religioso che può emergere come background. L’etica e la religione (per fortuna, oserei dire) non sono la stessa cosa.
Certo ci sono alcuni pensieri un pò “forti” e discutibili, sui quali poter aprire un dibattito, ma, oltre la forma, emerge chiaro il rischio reale e crescente della strumentalizzazione della vita umana ad ogni costo. Compriamo scarpe (“….di merda, da donna, che costano milioni all’uomo….”, e qui cito il caro Elio) e con la stessa facilità anche tecniche per avere figli a 70 anni suonati, figli che corrono il rischio di occuparsi equamente a diciotto anni di esami di maturità e tasse di successione.
E poi sarebbe innaturale permettere a una coppia omosessuale, perfettamente sana e in “età genitoriale”, di adottare un bambino?
E’ difficile non pensare che dietro a questa, come a tante altre scelte del genere, non ci sia una forte componente egoistica, che asseconda un desiderio in virtù dell’amore per un figlio non ancora nato andando a creare un percorso di vita ad ostacoli proprio per quel figlio tanto amato.
Un paradosso.
Einstein ha detto che “il senso comune è l’insieme dei pregiudizi che ognuno ha assorbito fino all’età di diciotto anni”, ergo ognuno ha una propria personale percezione di ciò che è giusto o non lo è. E’ pur vero però che l’uomo, animale sociale hobbesiano, se privo di regole, imbocca la temuta strada del sonno della ragione. E genera mostri.