18 maggio 2006

Liberazione Posten

Forse sapete della vignetta pubblicata su "Liberazione" il 12 maggio scorso, e delle polemiche (troppo poche, per la verità) che ha provocato. Barbara ha raccolto una serie di commenti a mio avviso condivisibili, consiglio di leggere.

17 maggio 2006

E ora cosa diranno i complottisti?

E' notizia recente che il Pentagono ha reso pubblico il filmato dell'attacco dell'11 settembre che aveva dato adito ai complottisti, proprio per la mancanza di filmati, di ipotizzare che in realtà si trattasse di un missile o di qualcos'altro. In realtà i frame singoli giravano già in rete da un po', tuttavia c'è qualche elemento in più. Ne parla il Corriere della Sera, dove è possibile vedere il filmato, mentre Aribandus fa qualche commento ed evidenzia gli elementi visibili dell'aereo in una animazione.

Siii sende?

Sarei molto grato se chi passa da questo blog mi segnalasse cortesemente se si sente la canzone che ho messo in sottofondo. Grazie.

15 maggio 2006

Jennifer, considerazioni postume

Più volte nei giorni scorsi, mano a mano che venivano fuori sempre più raccapriccianti particolari sulla morte della povera Jennifer e del suo bambino, mi è venuta voglia di scrivere qualcosa a riguardo, perché ciò che le è stato fatto mi ha schifato profondamente.
Ma parallelamente, qualcos'altro nei servizi che vedevo mi sembrava alquanto stonato. Ed era nel momento in cui intervistavano i genitori della ragazza. Dal primo momento, non ho capito con quale stomaco la madre potesse parlare tranquillamente di come la figlia sia stata picchiata, parlando di lividi sulla pancia e su altre parti, e dopo, quando si è saputo, di come sia stata sepolta viva, con un figlio in grembo, come se parlasse di una qualsiasi sconosciuta, con una distanza alienante. Non lo so, la cosa mi straniva. Ma hanno intervistato la persona giusta? Non sarà magari una che passava di lì per caso?
E per finire, l'altro giorno vengo a sapere che un giornale pubblica la foto del bambino vestito, ma soprattutto vengo a sapere che è stata la madre stessa a incoraggiare un cronista del giornale a farlo.
Parlando con Luthien, lei osservava che forse, essendo la madre giovane, abbia cresciuto e quindi visto la figlia più come un'amica che come, appunto, una figlia, per cui magari abbia vissuto la perdita in maniera diversa da come l'avrebbe vissuta una madre. Questo ovviamente non spiega niente, nè è inteso come una giustificazione, anzi.
Comunque sia, spero che le gesta della signora finiscano qui.

Dalle stelle alle stalle

Nella domenica in cui Fernando Alonso fa lo Schumacher e conquista un meritato primo posto al Gran Premio di Spagna, e in cui Ivan Basso mostra tutta la sua classe, ho visto due tennisti eccelsi dare spettacolo al Foro Italico. Per 5 ore e 6 minuti hanno dato vita a uno tra i più bei match mai visti, che ha visto 3 tie breack su 5 set giocati, nel primo dei quali Federer ha strapazzato Nadal 7-0, ma che ha visto quest'ultimo fare un prodigioso recupero e vincere il punto sull' 1-3 nell'ultimo e decisivo tie breack, che l'ha riportato in carreggiata e gli ha permesso di vincere, a 19 anni, per la seconda volta consecutiva il torneo di Roma ed eguagliare il record di 53 vittorie consecutive su terra.

Dopodichè, ho visto allibito le immagini di una festa assolutamente surreale e fuori luogo, e ho visto le lacrime di coccodrillo di chi per anni ha tiranneggiato a destra e a manca, e ora fa l'agnellino chiedendo con voce rotta di non fargli domande ma di dire solo ciò che ha da dire, perché non ha la forza per fare altro. Comodo, no?

10 maggio 2006

Diritti umani: Cina e Cuba nel Consiglio Onu

No, dai, è uno scherzo, di certo non può accadere una cosa simile...
come? è vero? ma siamo sicuri?
eppure mi aveva fatto ridere, pensavo fosse una battuta...uhh

Vabbè, a 'sto punto leggete anche il commento di Gianni Riotta.

Ehi, tu!!! ma lo sai???

Eh, lo sai?

Non lo sai? Come cosa?

Sei il visitatore numero 1000!!! Bravo!!!

Spero che ti basti la mia gratitudine. :)

09 maggio 2006

Gli sporchi amerikani inquinano...sempre meno

Segnalato a catena da Paolo di Lautreamont e da happytrails, ho trovato un rapporto dell'EPA (Environmental Protection Agency) che prova come negli anni dal '70 a oggi ci sia stato un inequivocabile calo delle emissioni nocive negli Stati Uniti. In questa pagina si possono trovare tutti i rapporti, per argomento.
In particolare, il primo mostra trend generici per cui, a fronte di un costante aumento della crescita della produzione, del traffico, del consumo di energia e della popolazione, si osserva un netto calo nell'emissione dei sei principali inquinanti.
Nel rapporto sull'inquinamento da particelle si vede invece come le concentrazioni di PM10 siano scese in media, dal 1988 al 2003, del 31%, mentre le PM2.5 del 30% negli ultimi 25 anni. In questo capitolo si possono vedere i trend regione per regione.
Consiglio una lettura, specie a chi soffre di pessimismo cronico.

Joel Schwartz, in un articolo, sottolinea come gli ambientalisti affermino invece addirittura il contrario:

Environmental fear factories aren't celebrating. Shortly after the 2005 ozone season ended, the environmental group Clean Air Watch proclaimed "Smog Problems Nearly Double in 2005."[2] Pennsylvania's Department of Environmental Protection warned "Number of Ozone Action Days Up from Last Year."[3] And EPA's New England regional office noted that "New England Experienced More Smog Days during Recent Summer."[4] Writing on 2005 ozone levels in Connecticut, a New York Times headline warned "A Hot Summer Meant More Smog.[5]

Ozone levels were indeed higher in 2005 when compared with 2004. 2005 was only the second lowest ozone year since the 1970s, while 2004 was the lowest. Ozone levels were so improbably low in 2004 that it would have been astounding if ozone wasn't higher in 2005. The real news was the unprecedented plunge in areas violating the ozone standard, and the fact that 2005 was one of the hottest years on record -- conditions that favor high ozone -- yet ozone levels remained at historic lows.[6] Both stories have gone unnoticed by the mainstream media.

Questo discorso si ricollega bene alla mia serie di post sugli ambientalisti, poiché anche se non ho ancora parlato dei loro cavalli di battaglia, ho già accennato al catastrofismo come modus operandi delle organizzazioni ambientaliste, e questo ne è un ottimo e attuale esempio.

06 maggio 2006

Le radici dell'ecologismo e il raggiungimento della popolarità

Nel precedente post sul libro "Le Bugie degli Ambientalisti" (di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, ed. Piemme), dopo aver descritto la nascita e l'evoluzione dei movimenti eugenetici, ero arrivato a parlare di come le nuove società eugenetiche nel Secondo Dopoguerra iniziarono a usare il catastrofismo per fare presa sulla popolazione.
A questo punto, va descritto il nesso tra femminismo ed eugenetica da una parte, ed ecologismo dall'altra. Padre fondatore e teorico di questa scienza è considerato Ernst Haeckel, discepolo di Darwin, sul quale razzismo non vi sono dubbi. Il suo modello ideale era infatti l'antica Sparta, in cui i bambini non sani erano soppressi, e auspicava attualizzando che ciò avvenisse anche nel presente. Il legame tra movimenti apparentemente così diversi dunque risiede nei concetti di miglioramento della razza e disponibilità delle risorse. Se infatti le risorse sono limitate, esse non possono sostenere un eccessivo aumento della popolazione, quindi è necessaria una selezione che permetta di riprodursi solo a chi lo merita.
Tuttavia, non vi fu una saldatura tra il movimento per il controllo delle nascite, il femminismo radicale e l'ecologismo fino agli anni '60, quanto un cammino parallelo. La situazione cambiò quando Hugh Moore, prima presidente della Association for Voluntary Sterilization e dopo segretario del Population Reference Bureau, convinse il presidente Lyndon Johnson della necessità di introdurre politiche per il controllo della popolazione, secondo lo slogan "Cinque dollari investiti nel controllo della popolazione ne valgono cento in crescita economica".
In seguito ebbe luogo la progressiva infiltrazione di questi obiettivi nei programmi di aiuto allo sviluppo promossi dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite, tramite l'ottenimento dello "statuto consultivo" da parte di alcune ONG, che permetteva loro di partecipare ai lavori dell'ONU. Il primo risale al 1965, all'ECOSOC, seguito dall'UNICEF, l'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), l'UNESCO, la FAO e soprattutto l'UNFPA (Fondo per la Popolazione) e l'OMS. E in effetti l'esito fu un cambiamento di indirizzo delle politiche di queste agenzie verso programmi di controllo della popolazione. Clamoroso il caso dell'UNICEF, che ha spostato i propri obiettivi dalla difesa dei bambini alla promozione di obiettivi femministi.
Fu poi dal 1970 che crebbe la presa sulla società civile, con la diffusione del pamphlet The population Bomb e l'invenzione del fortunato slogan: "La popolazione inquina". Da questo momento le principali organizzazioni ambientaliste americane, come Sierra Club, National Wildlife Federation, Worldwatch Institute, Natural Resources Defense Council, Environmental Action, fecero causa comune con il Population Crisis Committee, Population Reference Bureau, Planned Parenthood, Zero Population Growth, parlando lo stesso linguaggio. Se da un lato i secondi indicano "la crescita incontrollata della popolazione" come causa della "scomparsa delle foreste, l'erosione del suolo, la desertificazione, la scomparsa delle specie", dall'altro gli ambientalisti prevedono continuamente catastrofi la cui unica causa è individuata nella crescita della popolazione. E anzi, da ora le motivazioni della difesa dell'ambiente, che fanno maggiormente presa sull'opinione pubblica, prendono il sopravvento, cosicché l'annuncio di prossime catastrofi (sempre smentite dalla storia) diventa il principale metodo per motivare ogni decisione mirata a limitare le attività e la presenza dell'uomo.

05 maggio 2006

Cari pacifisti, anche le armi possono fermare i massacri

Avevo promesso in un commento al post precedente che avrei riportato una lettera aperta di Adriano Sofri indirizzata a Gino Strada, comparsa su "La Repubblica" il 15 ottobre 2002. Ecco il testo.

CARO Gino Strada, voglio litigare con te, di brutto. Sarebbe meglio farlo di persona, nel Panshir, magari a Pinerolo: peccato. Ma tu sarai così generoso da litigare senza scrupoli, come se fossimo tutti e due a piede libero, in un autogrill. Comincerò con l'elogio dello sminatore, che in questo momento storico è il mio eroe. Ne ho appena visto uno in tv, militare di professione, ora smina da volontario coi miei amici di InterSos in Afghanistan. Ne conobbi altri. Una giovane donna, in Bosnia - là si chiama diverzant, lo sminatore - mutilata, temeraria. Voleva salvare vite, dicevano di lei che volesse morire. Ho sentito dire di campioni dello sminamento, che erano stati in passato collocatori di mine: gente che tornava sui suoi passi, come dovrebbe fare l'umanità intera. Fin qui siamo d'accordo, anzi, tante cose le ho imparate da te. Ora lo sminatore - la sminatrice volontaria - è dunque il mio eroe: tuttavia bisogna che qualcuno si occupi della questione generale, di mettere al bando le mine, la produzione, lo smercio, l'impiego eccetera.

Proprio tu ti impegnasti in questa campagna generale. Si striscia a disinnescare o a far brillare una mina dietro l'altra, per milioni e milioni di mine; si cura un mutilato dopo l'altro, si fabbrica una protesi su misura dietro l'altra - ma bisogna pure provare a interrompere, almeno a ridurre, la guerra, posatrice di mine e avida di mutilazioni. Tu curi la gente, e quanto alla questione generale, la guerra, che aborrisci, ti affidi all'educazione alla pace. Fra la mirabile cura chirurgica delle vittime di ogni colore, e un'umanità ricreata dall'educazione alla pace, c'è, a esser molto ottimisti, un enorme intervallo. È su questo intervallo che voglio litigare.

Nella guerra, le guerre, afgane, più lunghe di quella di Troia, tu curavi la gente: ti chiedevi chi e come potesse far finire la guerra? (Non è una domanda retorica: non lo so davvero. Non lo ricavo neanche dal tuo bel libro: "Buskashi"). Non era certo affar tuo; forse credi che nessuno possa far niente per far finire le guerre, e che si possa solo curare, operare, sminare. Il problema nasce quando qualcuno prova a far finire la guerra. In Afghanistan non ci ha provato nessuno, a lungo: l'hanno combattuta ed eccitata, ognuno dalla sua parte, ogni potenza dalla sua parte, finché una specie di stallo ha consegnato gran parte del paese al truce fanatismo Taliban. Stato-non Stato, tirannide brutale contro donne e bambini, territorio infeudato a un'Internazionale del terrore.

Bisognava o no che qualcuno si ponesse il problema di metter fine alla tirannia dei Taliban? Di strappare la frusta dalle mani degli squadristi? Prima dell'11 settembre, anni prima, io battevo le mani al lavoro afgano tuo e dei tuoi, e del dottor Cairo, e pensavo che la comunità internazionale dovesse intervenire a riportare le condizioni minime della convivenza civile in quel paese. Non sapevo come; condivisi l'illusione che Shah Massoud fosse il leader da sostenere. Massoud venne in Europa a chiedere aiuto, ignorato. Non era l'eroe senza macchia, benché fosse un eroe. Pensavo che la condizione delle donne equivalesse a uno smisurato campo di concentramento e di torture. Che si fosse nel caso in cui guerra e oppressione non sono state prevenute, e c'è bisogno urgente di soccorso. È così nella cura per la salute e la medicina, no? C'è un'educazione alla salute, c'è una medicina preventiva, c'è, quando si sia a quel punto, il ricorso alla chirurgia. Le persone possono trovarvisi, che abbiano gozzovigliato o seguito una dieta salutista, che si siano educate alla prevenzione o che abbiano creduto all'omeopatia: e però ormai devono affidarsi al chirurgo. E i paesi, i popoli? Nel tuo Afghanistan non successe niente.

Non gliene fregava niente a quasi nessuno. Poi c'è stato il 9 settembre, l'assassinio di Massoud, e poi l'11 settembre. L'amministrazione americana - e la coalizione adunata attorno a lei col mandato dell'Onu - ha additato in Al Qaeda (che l'ha rivendicato) l'autrice dell'assalto a Manhattan e a Washington, ha preteso la consegna di Bin Laden, è intervenuta militarmente contro l'Afghanistan del mullah Omar. Ogni volta che si ricorre alla forza, tu dici, le vittime sono i civili innocenti. Ma in Afghanistan da anni e anni i civili innocenti erano vittime di guerre. Tu lo sapevi meglio di chiunque: li ricoveravi, li operavi. Nell'Afghanistan del dopo 11 settembre, non-Stato escluso dall'Onu, infeudato ad Al Qaeda, bisognava intervenire? Bisognava impegnare le proprie energie perché il modo di intervenire fosse il più rispettoso della vita e della dignità umana, o opporglisi comunque come a un'infamia bellicista?

Credo questo: si può fare obiezione a qualunque decisione che, anche col proposito di salvare vite umane in numero ingente, sacrifichi la vita di innocenti, fosse pure un solo innocente. Questa obiezione di coscienza può segnare insuperabilmente il convincimento morale di un singolo individuo. Non quello di un responsabile pubblico, un militare o uno statista. Un responsabile pubblico misura relativamente la sua morale, che, per essere relativa, non è meno rigorosa. Non si illude di escludere in assoluto il sacrificio di vittime innocenti, ma vuole ridurne al minimo il rischio. Non ammazza né tortura prigionieri, anche i più colpevoli. Rifiuta, in Palestina, di far esplodere una vettura sulla quale, con un pericoloso capo terrorista, viaggiano persone innocenti, e dei bambini. Non ammette che, in nome del pericolo probabile ma futuro, si sacrifichino oggi degli innocenti. Apprezza l'incolumità della gente del "nemico" come quella della propria gente.

Questo era il problema imposto dall'intervento in Afghanistan, e in qualunque altro luogo del mondo. Opporsi in assoluto a ogni ricorso internazionale alla forza equivale esattamente a negare l'esistenza di una polizia entro i confini di uno Stato. Solo il pregiudizio, e l'abitudine, impediscono ancora di vederlo.

L'intervento in Afghanistan è avvenuto. È costato lutti evitabili e delitti cercati, ai civili e ai combattenti. Ti domando: i civili colpiti oggi in Afghanistan sono più numerosi o molto meno? Gli arti mutilati sono più o meno? Le mine collocate sono più o meno? Si mettono nuove mine o si smina? Le frustate alle donne sono più o meno?

È vero, secondo una quantità di fonti attendibili, che la maggioranza delle donne indossa ancora il burqa. A Herat, è stato ripristinato l'obbligo. A Kandahar, lo portano pressoché tutte. A Kabul sono numerose quelle che se ne sono sbarazzate. Ti domando: quelle che possono scegliere di non indossarlo sono molte di più o no? Tu sei arrivato a dire che le uniche donne senza burqa sono pagate dai fotografi occidentali! Affermazione enorme, se fosse vera, e degna di verifica. Intuisco quanto ti stia a cuore quel paese. Ma allora: perché la - precaria, difettosa, mediocre - liberazione di Kabul non viene festeggiata con le lacrime agli occhi da te e da tutti noi? Perché nelle cose che dici e nell'espressione del tuo viso, al contrario, sembra di leggere un rammarico? Un rimpianto per la Kabul com'era? Perché il ritorno di due milioni e passa di profughi in Afghanistan non viene salutato con le lacrime agli occhi?

Non smetto di chiedere perché i convinti pacifisti che non mossero un dito per liberare Sarajevo dall'assedio (il più lungo della storia moderna, più che a Leningrado) e dallo stillicidio delle bombe e dei cecchini, e anzi proclamarono la loro opposizione attiva a un intervento militare internazionale che sbloccasse l'assedio, e profetizzarono lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, quando quell'intervento avvenne, con gli aerei della Nato, e in pochi giorni, e senza vittime innocenti, sbloccò l'assedio e liberò Sarajevo, non festeggiarono con le lacrime agli occhi? Non era la pace, si sapeva, lo sapevo: era solo (solo!) la fine del massacro quotidiano. L'interruzione del massacro, vegliata, ancora oggi, dalla polizia internazionale. Sono innumerevoli i posti della terra in cui si può pregare per la pace, ma per interrompere i massacri occorre mettere in campo una forza armata internazionale, e tenercela. E magari farle patrocinare libere elezioni, come a Timor est.

Sono contrario alla guerra minacciata contro l'Iraq e alla sua filosofia, e spaventato dalla sua ignota modalità. Ma mi sembra pazzesca l'assimilazione fra Saddam Hussein e Bush, che tu proclami a muso duro. Pazzesca l'indifferenza alla democrazia, per formale e imperfetta e violata che sia. Alla distanza fra governi eletti a suffragio universale e sanguinarie dittature assirobabilonesi. So darmene solo una, ma inadeguatissima, spiegazione. Io credo che la - brutta, difettosa, violata - democrazia debba essere la condizione della convivenza civile in ogni parte del globo.

Tu forse pensi - come certi etnologi relativisti che non sono ancora tornati a casa, come i leader cinesi, come i capi tribali patriarcali, come i fedeli della sharia - che la democrazia sia il pregio o il tic di un pezzetto di mondo, e sia fuori posto e disadatta a tanta altra parte del globo. Non riesco a capacitarmene, e mi spaventa. Mi spaventano le persone che mi sono care, note e ignote, che ripetono generosamente di essere sempre e comunque contro l'impiego della forza. Si sono dimenticate di Auschwitz, e non hanno voluto imparare dov'è Srebrenica, e che cosa è successo, e quando.

04 maggio 2006

Gino Strada: se lo conosci lo eviti...

Incuriosito da un commento di Barbara sul suo blog, ho fatto una ricerca su Gino Strada e sui Katanghesi, e leggete un po' cosa ho scoperto, da un articolo di Gigi Moncalvo.

C'è uno strano caso di "silenzio stampa" in questo nostro grande paese: quello riguardante il passato violento del dottor Gino Strada. Il pacifista, la colomba, l'uomo che ama il bene e fa del bene, il missionario laico che va in soccorso degli oppressi, colui che predica col ramoscello d'ulivo in bocca, è lo stesso che faceva da "luogotenente" - insieme al futuro odontoiatra Leghissa - a Luca Cafiero il famigerato capo del servizio d'ordine del famigerato Movimento Studentesco del l'Università Statale di Milano, quello dei terribili e mai dimenticati "katanghesi". Sì, è proprio lui: il "pacifista" Gino Strada, colui che oggi dà dei "delinquenti politici" agli esponenti della casa della Libertà e dei DS che non vogliono soggiacere ai suoi diktat di aspirante leader politico che sogna un seggio in Parlamento. Per l'esattezza Strada, insieme a Leghissa, era il capo del servizio d'ordine di Medicina e Scienze e il suo gruppo o squadra aveva questo inequivocabile nome: "Lenin". Rispetto ai capi degli altri servizi d'ordine - ad esempio Mario Martucci per la Bocconi e il suo gruppo "Stalin", o Franco Origoni per la squadra di Architettura, o Roberto Tuminelli, l'erede delle famose scuole private per il recupero-anni, alla guida del gruppo "Dimitroff", il bulgaro segretario della Terza Internazionale accusato da Hitler di aver incendiato il Reichstag - il gruppo guidato da Strada si distingueva per la più cieca obbedienza e fedeltà a quel fior di democratico e di amante dei diritti civili che rispondeva al nome di Luca Cafiero, capo supremo di tutti i Servizi d'Ordine e poi divenuto deputato del PCI, candidato a Napoli, dove superò addirittura in fatto di preferenze l'on. Giorgio Napolitano. Ora Cafiero è ritornato a fare il docente universitario alla facoltà di Filosofia della Statale. Al comando generale e assoluto di Cafiero c'erano i gruppi "Stalin", "Dimitroff" e tanti altri - ciascuno dei quali aveva uno o più sotto-capi -, ma era il "Lenin" di Gino Strada che si distingueva per la prontezza e la capacità di intervento laddove ce ne fosse stato bisogno.
In sostanza, ancora ben lontano dallo scoprire il suo attuale animo pacifista, Gino Strada era uno degli uomini di punta di quel Movimento dichiaratamente marxista-leninista-stalinista-maoista che aveva i suoi uomini guida in Mario Capanna, Salvatore "Turi" Toscano e Luca Cafiero. I milanesi, e non solo loro, ricordano benissimo quegli anni, e soprattutto quei sabati di violenza, di scontri, di disordini. Ma ora nessuno dice loro che ad accendere quelle scintille c'era anche l'odierno "predicatore" Gino Strada.
Solo che allora non aveva dimestichezza con le colombe bianche, le bandiere multicolori, il rispetto altrui, il ramoscello d'ulivo.
Ma era molto di più avvezzo ai seguenti segni identificativi: l'eskimo, il casco da combattimento, e l'obbligo di portare con sé, 24 ore su 24, le "caramelle": cioè due sassi nelle tasche e soprattutto "la penna", cioè la famosa Hazet 36 cromata, una chiave inglese d'acciaio lunga quasi mezzo metro nascosta sotto l'eskimo o nelle tasche del loden. Alla "penna" - si usava tale termine durante le telefonate per evitare problemi con le intercettazioni - si era arrivati partendo dalla "stagetta" (i manici di piccone che avevano il difetto di spezzarsi al contatto col cranio da colpire), dalle mazze con avvitato un bullone sulla sommità per fare più male, e dai tondini di ferro usati per armare il cemento, ma anch'essi non adatti poiché si piegavano. I katanghesi e il loro servizio d'ordine, Gino Strada in testa, erano arrivati a questa scelta finale in fatto di armamentario, su esplicita indicazione del loro collegio di difesa che allineava nomi oggi famosissimi come quello di Gaetano Pecorella, Marco Janni, Gigi Mariani, insieme ad altre decine di futuri principi del foro, mentre sul fronte dei "Magistrati Democratici" spiccava la figura di Edmondo Bruti Liberati.
Il "collegio di difesa" aveva dato istruzioni ben precise in caso di arresti e processi: "Negare sempre l'evidenza", anche in caso di fotografie o filmati inequivocabili, definire come "strumento di lavoro" la scoperta eventuale della chiave inglese. Sarebbe stato difficile giustificare come tale un manico da piccone o un tondino di ferro, facilmente considerabili e catalogabili come "arma impropria", mentre diventata più facile con la chiave inglese. "Dite che stavate andando a riparare il bagno della nonna o che vi serviva per sistemare l'auto di vostro padre", poteva essere una delle indicazioni difensive consigliate in caso di bisogno.
"Pacifici ma mai pacifisti" era uno degli slogan ideati da Mario Capanna, ed è strano dunque che oggi Gino Strada si definisca proprio "pacifista". Comunque - a parte la canzoncina ritmata con cui si caricavano prima degli scontri (kata-kata-katanga) - essi pronunciavano ad alta voce ben altri slogan di quelli di oggi e perseguivano ben altri obiettivi. E i loro avversari non erano solo i Tommaso Staiti sul fronte della destra, ma anche i "compagni" di Avanguardia Operaia (molti dei quali oggi sono esponenti dei Verdi), Lotta Continua (dei Sofri, Mario Deaglio, Gad Lerner, apprezzato radiocronista dai microfoni di Radio Popolare incaricato di dare le istruzioni in diretta sulle vie da evitare e sulle strade di fuga in cui fuggire) e Lotta Comunista (memorabile e indimenticabile uno scontro di inaudita violenza) e perfino coi primi gruppi di Comunione & Liberazione. Anche quelli di sinistra erano i "nemici" di Strada al pari di Tom Staiti e dei suoi. Non c'è bisogno di scomodare la memoria del prefetto Mazza e del suo famoso rapporto, la cui rispondenza alla verità venne riconosciuta solo molti anni dopo, per affermare che il servizio d'ordine del Movimento Studentesco era uno dei corpi più militarizzati, una autentica banda armata che incuteva terrore e seminava odio in quegli anni.
Si trattava di una autentica falange macedone di 300-500 persone, (Strada e Leghissa ne guidavano una cinquantina), che non arretravano di un millimetro nemmeno di fronte agli scudi della polizia in assetto da combattimento. Semmai, purtroppo avveniva talvolta il contrario. Unico aspetto positivo è che, a differenza di Lotta Continua, l'MS non ha prodotto successivi passaggi al terrorismo. Anche se bisognerebbe riaprire le pagine del delitto Franceschi alla Bocconi e sarebbe ora che la coscienza di qualcuno che conosce la verità finalmente si aprisse. Che si trattasse di un corpo militarizzato, in tutti i sensi, strumenti di violenza compresi, è fuor di dubbio. Così come è indubitabile la autentica ed elevata ferocia che caratterizzava quei gruppi che attaccavano deliberatamente la polizia come quando si trattò di arrivare alla Bocconi per conquistare il diritto dei lavoratori ad avere le aule per i loro corsi serali. E non possono certo essere le attuali conversioni dei Sergio Cusani, degli Alessandro Dalai, dei Gino Strada, degli Ugo Volli (considerato, senza ritengno alcuno, "l'erede di Umberto Eco") o degli Ugo Vallardi (al vertice del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera) a far dimenticare quegli anni, quelle violenze, e quelle "squadre di propaganda" di cui faceva parte anche un certo Sergio Cofferati, in qualità di studente-lavoratore della Pirelli. Qualcuno, quando incrocia il dottor Gino Strada in qualche talk-show televisivo, vuole provare a ricordargli se ha qualche ricordo di quei giorni, di quegli scontri, di quelle spranghe, di quei ragazzi (poliziotti o studenti) rimasti sul selciato? Che bello sarebbe poterglielo chiedere al dottor Gino Strada se rinnega il suo passato e come si concilia col suo presente.
E poi, soprattutto: quale titolo ha costui per poter definire "delinquenti politici" gli altri?


Ma perché continuo a stupirmi?

Update: questo post è stato usato come inizio di una discussione su un forum, e siccome non posso commentare lì (ovvero, per pigrizia non mi va di registrarmi per commentare), faccio un paio di precisazioni: 1) il post riguarda Gino Strada, non Emergency. Se quindi qualcuno pensa che volessi "gettare fango" su di essa, si sbaglia; 2) qui non è neanche questione di gettare fango, ma solo di rendere note cose che difficilmente si potrebbero sapere altrimenti, alla faccia della informazione libera; 3) ho ritenuto interessante questo articolo non per criticare un eventuale evoluzione della persona (cosa che ritengo positiva e necessaria per ogni essere umano, purché non sia in senso violento, ovviamente), ma per evidenziare che il tanto decantato pacifismo di Gino Strada non è così sincero, ma è solo frutto della stessa ideologia che porta a legittimare il terrorismo, a cantare in piazza "10, 100, 1000 Nassiryia", e che porta 7 parlamentari di Prc più Paolo Cento a chiedere che i 25 arrestati per le distruzioni a Milano dell'11 marzo siano scarcerati. Questo giusto per fare tre esempi astratti.
Consiglio a riguardo inoltre la lettura del mio post successivo.

01 maggio 2006

In memoria di Ayrton Senna

Ricordo quel giorno, stavo pranzando con i miei, e stavamo vedendo il Gran Premio di Imola, quando accadde quella tragedia. Non si videro subito le immagini dell'incidente, solo la macchina in pezzi, e poco dopo l'intervento dell'ambulanza, la tracheotomia, lo svanire delle speranze...
A dodici anni da quel Primo Maggio 1994, ancora una volta ti ricordo, Ayrton.

29 aprile 2006

Eugenetica e Femminismo

Tratterò in questo terzo e nel prossimo post sul libro "Le Bugie degli Ambientalisti" (nei precedenti ho fatto un'introduzione e descritto l'organizzazione di Greenpeace) l'argomento a mio avviso più controverso, ovvero la ricostruzione delle radici del movimento ecologista. Se reputo non del tutto convincente questa parte, non è tanto per la mancanza di fonti e documenti citati, e neanche per l'accomunazione di elementi che mi sembravano del tutto differenti, come l'eugenetica, il femminismo e, appunto, l'ecologismo, quanto per le critiche al Darwinismo. Gli autori in realtà parlano più che altro del Darwinismo sociale, ma serpeggia una certa critica anche verso quella che è (non solo secondo me) una inoppugnabile teoria scientifica. Del resto la contesa tra Intelligent Design e la teoria di Darwin è attuale anche oggi. Ma vado per ordine.
Gli autori partono dalle teorie eugenetiche nate tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento ad opera di sostenitori delle teorie di Charles Darwin. Il primo di questi fu Francis Galton, il quale proponeva un'eugenetica "positiva", suggerendo di guidare la selezione del genere umano al fine di migliorare la razza. Egli teorizzava anche l'inferiorità genetica di altre razze, come i neri e gli indiani d'america. Fondò la Eugenics Society (poi divenuta Galton Institute), cui aderirono personalità come John Maynard Keynes, famoso economista. Leonard Darwin, figlio di Charles fece il passo successivo, all'eugenetica "negativa", teorizzando il divieto ai "deboli" di riprodursi e la separazione dei "sani" dagli "insani".
Queste tuttavia non erano idee isolate alla sola Gran Bretagna, ma trovavano riscontro in buona parte del mondo, e in particolare negli Stati Uniti, dove nel 1926 fu fondata la American Eugenics Society.
A essa apparteneva anche Margaret Sanger, la quale, secondo il Time (che l'ha inserita tra i cento leader e rivoluzionari più importanti del Novecento) diede vita al movimento per la liberazione della donna con la sua crociata per legalizzare il controllo delle nascite (locuzione coniata proprio da lei). Fondò la International Planned Parenthood Federation (IPPF, 1952), che oggi è la principale partner dell'UNFPA, il Fondo dell'ONU per la Popolazione. Il suo pensiero interpretava la preoccupazione comune all'élite che dominava la politica e l'economia americana e si sentiva minacciata dalla superiorità numerica delle classi svantaggiate. E infatti il movimento eugenetico era finanziato da banchieri e dalle fondazioni anglosassoni, primi su tutti Rockefeller e Ford.
Personaggio simile, l'inglese Marie Stopes fu fondatrice della prima clinica per il controllo delle nascite, scrivendo molti saggi su sesso e contraccezione, e presentandosi come paladina del femminismo. Anche lei era una convinta sostenitrice del movimento eugenetico, chiedendo l'applicazione della sterilizzazione forzata degli "insani". La Marie Stopes International è una delle più grandi promotrici dell'aborto nel mondo, e partner privilegiato del Comissario per lo Sviluppo della UE.
Si può ben capire a questo punto perché nessuno si preoccupò di fermare Hitler in un primo momento. Anzi, buona parte dell'Europa guardava con interesse alla Germania e ai suoi esperimenti genetici, alle sue idee sulla razza ariana, e ne è una dimostrazione la morbidezza con cui molti governi europei lo trattarono fino alla sua entrata in guerra. Chamberlain, per esempio, era membro della Eugenics Society, così come Pétain, primo ministro collaborazionista a Parigi, era membro della Società Eugenetica francese.
Dopo la sconfitta di Hitler, i movimenti eugenetici si trovarono nell'esigenza di mascherare gli imbarazzanti legami con le idee della Germania nazista, e si propose di adottare una politica cripto-eugenetica, ovvero di perseguire i veri obiettivi dietro scopi ben più accettabili. Si arrivò al concetto di "selezione volontaria inconsapevole" secondo cui si doveva ricorrere a metodi efficaci di pianificazione familiare, incidendo quindi sulle leggi, sul costume e sulle aspettative sociali in modo che gli individui scelgano "da soli" se avere o no figli.
Nel 1952 nacquero la già citata IPPF e il Population Council, entrambe finanziate dalla Fondazione Rockefeller e dalla Fondazione Ford, e con forti legami con le Società Eugenetiche americana e britannica. Comune convinzione era che la pianificazione familiare sia un diritto umano fondamentale e che l'equilibrio tra la popolazione del mondo e le sue risorse naturali e la produttività sia una condizione necessaria per la felicità dell'uomo, per la prosperità e per la pace. Gli autori Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari notano come in questa formula vi siano le basi per concetti da qualche anno molto popolari come "sviluppo sostenibile" e "qualità della vita".
Queste società si dedicarono subito al finanziamento di borse di studio per la ricerca demografica e biomedica e della ricerca per lo sviluppo di metodi contraccettivi, nonchè allo sviluppo di aggressivi programmi per il controllo delle nascite, specie nei paesi in via di sviluppo come India, Indonesia, Thailandia, Iran e Nicaragua.
I fondatori e i sostenitori di queste due organizzazioni sono numerosi personaggi di primo piano delle società eugenetiche, come C.C. Little, William Shockley, Carlos Paton Blacker, Fairfield e Frederick Osborn, Guy Irving Burch, Detlew W. Bronk, Hugh Moore, Alan Guttmacher. Quindi, in definitiva, ci sono gli stessi soldi, gli stessi leader, le stesse attività, ma con un volto nuovo.
In questo periodo da queste persone nacque la strategia del catastrofismo, e a metà degli anni '50, in piena Guerra Fredda uscì The Population Bomb (nel 1968 Paul Elrich scrisse un libro con lo steso titolo, diventato la Bibbia degli antinatalisti), un libretto che faceva leva sulla paura del nucleare degli americani: La bomba demografica minaccia di provocare un'esplosione così distruttiva e pericolosa quanto quella di un'atomica, e con le stesse conseguenze in prospettiva per il progresso o per il disastro, per la guerra o per la pace.

Questa sì, che è bella!

Roma, 28 apr . - (Adnkronos/Ign) - La procura di Roma, nella persona del pm Nicola Maiorano, ha iscritto nel registro degli indagati il segretario del Pdci Oliviero Diliberto e l'eurodeputato dello stesso partito Marco Rizzo per istigazione a delinquere e oltraggio alla pietà dei defunti. A riferirlo è l'avvocato Luciano Randazzo, che spiega come l'indagine sia partita dalla denuncia del presidente dell'Associazione vittime del terrorismo Bruno Berardi. L'iscrizione nel registro degli indagati è un atto dovuto visto che Berardi nella denuncia, che era relativa al corteo pro Palestina organizzato a Roma lo scorso febbraio nel corso del quale alcuni manifestanti avevano urlato lo slogan '10, 100, 1000 Nassiriya', aveva espressamente chiamato in causa Diliberto e Rizzo.

Ora, non credo che ci sarà un seguito a questa azione legale, ma mi fa almeno piacere sapere di non essere l'unico a provare un certo fastidio per quei cori, al punto da arrivare a una denuncia.

28 aprile 2006

Quando morirò

Questo simpatico test mi ha detto che morirò, in una ipotesi ottimistica, venerdì 25 gennaio 2069 alle 16:57, ossia (nel momento in cui scrivo) tra 1.980.124.800 secondi, "volando fuori dalla finestra dopo essere inciampato nel tappeto nuovo del salotto". Invece, in una ipotesi pessimistica, accadrà domenica 25 agosto 2059 alle 18:09, ossia tra 1.683.341.342 secondi, "soffocato dai debiti (in pratica cinque tonnellate di fatture ti cadranno addosso)".
Se vi va, e soprattutto se non siete scaramatici, vi consiglio di farlo, e anche di leggere i commenti sotto le diverse risposte.

E visto che c'ero, ho fatto anche il test dell'aldilà, per vedere dove andrò dopo, e il risultato è questo: finirò in Paradiso per 2774 anni nel Cielo di Mercurio tra gli spiriti che operarono il bene (a che livello sono?) a prendere il sole sulla sterminata spiaggia mercuriana.
Praticamente me la sono cavata per poco (vedere il link alla figura dei Cieli e dei Gironi).

21 aprile 2006

Nepal, la situazione peggiora

Su squareplaza ci sono continui aggiornamenti sulla situazione in Nepal, non linko tutti i post singolarmente perché sono tantissimi, ma consiglio vivamente di leggerli, a chi sia interessato.

20 aprile 2006

Vignetta su Maometto: l’oltraggio e la libertà

Un articolo del sempre ottimo Magdi Allam, dal Corriere della Sera del 16 aprile:

Se non contestualizziamo correttamente la vicenda, rischiamo di fare il gioco dei carnefici facendoli passare per vittime

Perché coloro che hanno prontamente protestato, musulmani e cristiani, alla pubblicazione di una vignetta su Maometto in Studi Cattolici, rivista a diffusione limitata, non si sono indignati per la raffigurazione di Gesù che defeca su Bush e sulla bandiera americana?

Raffigurazione, questa, trasmessa solo quattro giorni fa da «South Park», un cartoon che è visto da decine di milioni di persone in tutto il mondo. Perché? Dobbiamo sollecitare una fatwa del predicatore d’odio Youssef Qaradawi, che si è attribuito la presidenza del «Comitato internazionale per il sostegno dell’ultimo profeta », di condanna a morte del direttore Cavalleri e del vignettista Clericetti? E a quando la fatwa contro Dante e la «Divina Commedia» a cui si sono ispirati?O dobbiamo invece sostenere il diritto a ribellarsi a un terrorismo islamico che vorrebbe sottomettere la nostra civiltà senza necessariamente eliminarci fisicamente?

Se non contestualizziamo correttamente la vicenda, rischiamo di fare il gioco dei carnefici facendoli passare per vittime. Le vignette su Maometto, al di là della legittima critica, sono una non meno legittima reazione all’aggressione terroristica islamica alla vita e alla libertà dell’umanità intera, occidentali e orientali, cristiani, musulmani ed ebrei. Ma ricordiamoci che non costituiscono in sé un’azione sacrilega. Perché non esiste nessuna interdizione coranica alla raffigurazione di Maometto. Casomai a oltraggiare l’islam sono i terroristi che si fanno esplodere perfino all’interno delle moschee massacrando i fedeli in preghiera, o i Fratelli Musulmani che nel loro logo accostano il Corano alla spada e al versetto «E preparate contro di loro forze e cavalli quanto potete, per terrorizzare il nemico di Dio e vostro» (Corano VIII, 60).

Così come la satira è un diritto irrinunciabile in una democrazia. Irridere su Maometto, che oltretutto è un comune mortale, è diventato un tabù e un casus belli soltanto quando l’hanno deciso i predicatori d’odio. Ricordiamoci che il caso delle 12 vignette pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten il 30 settembre scorso, ha scatenato una ondata di violenza in tutto il mondo soltanto 5 mesi dopo, quando ad istigarla fu il burattinaio Ahmad Abu Laban, imam di una moschea di Copenaghen, e l’Unione internazionale degli ulema, presieduta da Qaradawi e con sede a Dublino. Teniamo presente che la serie animata «South Park» aveva trasmesso il 4 luglio 2001 una puntata dal titolo «Super best friends», in cui Maometto compare al fianco di Gesù, Mosè e Buddha, con una pistola e delle dita che lanciano fiamme. Eppure non ci fu nessunissima reazione. Per una ragione molto semplice: non ci fu un burattinaio del terrore che ritenne di strumentalizzare la vicenda.

Oggi, all’opposto, è l’Occidente stesso che ha sviluppato un riflesso condizionato a difesa non dell’islam, bensì della sua interpretazione radicale. Il 4 aprile la Corte di Cassazione, nel condannare un italiano che aveva apostrofato due musulmane velate, ha sentenziato che «la religione musulmana impone il velo alle credenti». Come è possibile che nel nostro Stato laico si accrediti, al più alto livello della magistratura, la tesi che gli estremisti islamici vorrebbero imporre alle donne musulmane che nella loro maggioranza non indossano il velo?

Nella puntata «Cartoon wars» della serie «South Park», gli americani decidono di seppellire, come gli struzzi, la testa sottoterra «perché dobbiamo dimostrare ai terroristi che non abbiamo visto la raffigurazione di Maometto!». E poi, per vendetta, sono i terroristi che diffondono le immagini dissacranti di Gesù. Un Occidente sottomesso e vilipeso. In preda alla paura. Che sta perdendo il bene della vita e il valore della libertà. Di questo passo, all’insegna dell’islamicamente corretto, quando si pronuncerà il nome di Maometto, tutti indistintamente, musulmani e non, dovremo rispondere coralmente «La pace e la benedizione di Dio su di lui».

19 aprile 2006

Nuovi link (3)

Un nuovo link e un banner:

  1. Nel post precedente ho linkato un documento di un'associazione, Public Interest Watch, dal sottotitolo esplicativo: "Keeping an eye on the self-appointed guardians of the public interest". Ora ne aggiungo anche il link.
  2. Alcuni siti complottisti sostengono che l'11 settembre nessun aereo abbia colpito il Pentagono. Aribandus, sulla scia di Attivissimo, ha fatto un grosso lavoro che, fino a ora, smonta queste tesi. Lettura consigliata e in costante aggiornamento.

15 aprile 2006

Le multinazionali dell'ambientalismo: Greenpeace

Nel primo post della serie sul libro "Le bugie degli ambientalisti" (qui trovate l'introduzione) vi parlo dell'organizzazione finanziaria di Greenpeace.
Esistono nel mondo circa quaranta uffici nazionali di Greenpeace, e varie organizzazioni di cui Greenpeace International, con sede ad Amsterdam, è la più grande. Nel 2000 il budget totale di tutte le organizzazioni Greenpeace è stato di 143 milioni di dollari (per maggiori informazioni leggere qui). Particolarmente interessante è l'organizzazione negli USA, in cui esistono due entità indipendenti: Greenpeace, Inc. e Greenpeace Fund, Inc., entrambe no-profit ma con diverse caratteristiche.
La legge statunitense prevede due tipi di no-profit, indicati come 501(c) (3) e 501(c) (4): nel primo caso i benefattori possono dedurre dalle tasse i contributi, ma essi sono utilizzabili solo per attività educative, caritative, religiose ecc., non per azioni legali o per partecipare a campagne a favore o contro candidati politici. Nel secondo caso i fondi provenienti dai contributi sono utilizzabili anche nei casi prima esclusi, ma i contributi non sono deducibili, quindi è più difficile reperire fondi. Greenpeace Fund, Inc. appartiene al tipo 501(c) (3), mentre Greenpeace, Inc. al 501(c) (4); dai bilanci del 2000, Greenpeace Fund, Inc. ha raccolto 9 milioni di dollari, passandone 4,5 a Greenpeace, Inc., 3,7 a Greenpeace International e il resto a organizzazioni Greenpeace di altre nazioni.
E' interessante osservare che Greenpeace, Inc. agisce quasi esclusivamente con campagne di pressione verso compagie o governi per modificare procedure o politiche. I suoi attivisti agiscono spesso contro le leggi vigenti, alcuni sono stati arrestati, ma qualcuno ha sostenuto per loro le spese legali. Essa è finanziata in modo significativo da Greenpeace Fund, Inc., che può raccogliere fondi deducibili. Nel 1999, su entrate per 14,2 milioni, il 30% veniva da Greenpeace Fund, Inc., il cui unico scopo sembra essere la raccolta di fondi da destinare ad altre Greenpeace e non svolge attività proprie.
Per fare un confronto, si può citare Greenpeace Foundation, Inc., che ha sede alle Hawaii. Essa è in aperto contrasto con le prime due e con Greenpeace International, che accusa di eccessiva spregiudicatezza nella raccolta di fondi, di antiamericanismo e di insufficiente devozione alla causa della difesa degli animali. E' un'organizzazione di tipo 501(c) (3) e non spende più di 25000 dollari all'anno.
Su "La Stampa" del 2 ottobre 1991 comparve un articolo che riprendeva alcune accuse mosse a Greenpeace dal settimanale tedesco "Der Spiegel", secondo il quale "Greenpeace è la più ricca organizzazione ecologista del mondo", ma in cui le decisioni sono prese da una ristretta cerchia che amministra i milioni di introiti in maniera poco chiara. In particolare, in Germania essa controlla una fitta rete di società controllate al 100% che permetterebbe a Greenpeace di mantenere il proprio status di organizzazione senza scopo di lucro e dunque di godere di esenzioni fiscali.
Esiste anche una casistica di dirigenti cacciati, per esempio il norvegese Bjorn Okern, che ha diretto per due anni Greenpeace Norvegia, ha scritto un libro (Potenza senza responsabilità) in cui definisce Greenpeace come un movimento "ecofascista più preoccupato dei soldi che dell'ambiente".
In Canada ha avuto luogo un lungo contenzioso tra Greenpeace e il governo, il quale nel 1999 ha negato all'organizzazione lo stato di "opera caritativa" che la multinazionale aveva chiesto per facilitare la raccolta di fondi. L'ufficio delle tasse ha dichiarato che "le attività di Greenpeace non hanno un beneficio pubblico", anzi le campagne condotte per mettere fine a diverse attività industriali potrebbero impoverire la gente. La storia parte dal 1989, quando Greenpeace perse lo stato di "opera caritativa". Per aggirare l'ostacolo fu fondato un altro gruppo che doveva fungere da "opera caritativa", ma la legge canadese non permette che questi tipi di opere funzionino come agenti per altri gruppi nella raccolta di fondi, per cui Greenpeace perse nuovamente lo status nel 1995, perdendo anche l'appello nel 1998. Fallì anche un ulteriore tentativo di aggirare la legge, con relativo appello, perché i suoi obiettivi e le sue campagne sono finalizzati al cambiamento dell'opinione pubblica e non alla difesa dell'ambiente.
Per finire, cito Patrick Moore (consiglio di visitare il suo sito), membro fondatore e direttore per 15 anni dell'organizzazione, secondo il quale "il movimento ambientalista si è trasformato nei fatti in un movimento protezionistico e antiscientifico [...]. Gli ambienti più radicali hanno finito per confondere e fuorviare l'opinione pubblica servendosi di sensazionalismo, disinformazione e contraffazione".

11 aprile 2006

E' finita!!!

Credo che, al di là dell'oggettiva importanza di queste elezioni, sia questo il mio primo pensiero. Non ne potevo più di questa campagna elettorale, e delle bassezze a cui si sono ridotti i due candidati. Figurarsi il mio timore quando si profilava la possibilità di rifare le elezioni, vista l'apparente situazione di pareggio.
Rimane il fatto che, con la maggioranza ottenuta all'ultimo momento grazie ai voti dall'estero, il centro sinistra avrà davvero grossissime difficoltà di governo, vista l'endemica litigiosità della coalizione. In effetti non capisco proprio cosa festeggiassero ieri sul palco, anzi, mi pare non poco probabile che il governo non regga per tutta la legislatura. Ci sarebbe da scommetterci.
Oltre a queste considerazioni, val la pena di osservare che i sondaggi alla fine si sono rivelati essenzialmente sbagliati, laddove prevedevano una tranquilla vittoria dell'Unione, e paradossalmente, il sondaggio (per quel che ne so) che si è avvicinato di più al risultato finale è stato quello, tanto criticato, svolto da una società americana prontamente screditata dai nostri media (non so se a ragione o a torto) e commissionato da Berlusconi, che io stesso avevo commentato qui, ma dal solo punto di vista dell'affidabilità statistica.
Per il resto, la mia unica preoccupazione in caso di vittoria dell'Unione riguardava la politica estera in Medio Oriente, e in generale il problema dei rapporti con l'Islam, nel senso che non mi piace la strisciante connivenza con il terrorismo presente in molti esponenti di quella parte politica. Vedremo.